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napoli mediterranea

intervento nell'ambito del seminario internazionale "rigenerazioni urbane in area mediterranea" al Politecnico di Milano il 25 marzo 2009

Io so questo: che i Napoletani, oggi come ieri, sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vivono nel ventre di una grande città, solo geograficamente situata in Italia. Questa tribù ha collettivamente e inconsciamente deciso - in quanto tale e senza rispondere mai delle proprie mutazioni coatte - di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quello che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg, o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto sorto dal cuore della collettività nella notte dei tempi (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie animali). Una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente, ma anche una profonda consolazione perché questo rifiuto, questa negazione della storia è per loro giusta, sacrosanta: adattandosi alla storia, non avrebbero più alcuna identità.
La vecchissima tribù dei Napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette, nella sua miseria e sporcizia continua come se nulla fosse successo in tanti secoli, continua a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni e invettive, a parlare la sua lingua estranea e affascinante, a far camorra, a dare in escandescenze, a compiere le sue proprie ritualità guappesche, a servire il padrone, a rivoltarsene, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere ; nel frattempo tale tribù sta diventando altra per trasferimenti coatti in nuovi quartieri (come il rione Traiano) o per il diffondersi di un certo benessere (era fatale!) tale tribù sta diventando altra da se stessa.
Finché i veri Napoletani ci saranno saranno sempre cosi; allorché saranno sopraffatti dalla storia, non ci saranno più, saranno altri, Non saranno Napoletani trasformati, ciò non è contemplato nella loro cultura atavica. I Napoletani hanno deciso di estinguersi restando fino all'ultimo Napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili. (Pier Paolo Pasolini, 1971)


La tribù napoletana di Pasolini alla fine si è estinta. La modernità non solo si è imposta a Napoli ma ha assunto un aspetto atipico trasformando la tribù antica in una comunità post-moderna. Le contraddizioni sociali ed economiche presenti a Napoli fanno della grande area metropolitana un luogo d’avanguardia e di sperimentazione della società del consumo contemporanea. E così come aveva notato Pasolini, è facile convincersi della refrattarietà quasi endemica che la popolazione napoletana ha nei confronti di qualsiasi tentativo di « rigenerazione » urbana e sociale. Una sorta di resistenza che rende imprevedibile qualsiasi evoluzione cittadina programmata a tavolino. Perché evoluzione esiste ma mai come sperato. La realtà forte della città prende spesso il sopravvento al virtuale di urbanisti, politici e architetti che di fatto si trovano spiazzati e isolati rispetto ad un qualsiasi confronto con un’altra città europea. Questa reazione cittadina permette di non farsi cancellare dalla tabula rasa facile o dalla speculazione edilizia senza pertanto riuscire a fermare tali fenomeni. Si tratta di un intervento naturale che agisce in profondità su di un lungo periodo, che è costante ma che lascia che le cose accadano, o facciano finta di accadere, per poi riappropriarsene in modo imprevedibile e non sempre con esiti positivi.

Napoli per molti architetti e urbanisti contemporanei è senza dubbio un affascinante inferno, una grande metropoli del sud del mondo, in versione miniatura e a due passi da casa, dove è possibile giocare con progetti-immagini da vendere, senza mai entrare nel ventre della città e quando questo accade ecco che il ventre senza nessuna fatica e con sarcasmo comincia a vomitare quelle immagini. È così che la città mantiene una sua evoluzione propria, complessa, ingestibile estremamente dinamica e che, in maniera molto più evidente rispetto ad altre città, non è possibile strutturare con politiche urbane dall’alto.

Ma se a Napoli i programmi di rigenerazione urbana hanno miseramente fallito o comunque fanno fatica a innescare quella mutazione auspicata in origine, non è solo dovuto a tale resistenza ma anche all’incapacità della classe politica locale e all’esistenza di un’economia cammoristica efficiente che distorce qualsiasi tipo di lettura normale. Si può affermare che a Napoli, in realtà, i progetti di cambiamento proposti non sono mai stati realizzati nei tempi e modi dovuti, che molto è stato lasciato e si lascia all’improvvisazione e che tutto dipende da ritorni elettorali in termini d’immagine e il resto da interessi più o meno locali che non prevedono un cambiamento radicale.

Negli ultimi quindici anni l’amministrazione cittadina e regionale ha tentato in vari modi di seguire il famoso « modello Barcellona » per una rinascita della città. Ci si è catapultati nella competizione tra città mediterranee per ottenere un primato in termini d’immagini in qualsiasi campo possibile e per fare ciò si è fatto ricorso a tutte le strategie di comunicazione e marketing urbano, archistar comprese. Ma mentre a Barcellona o a Valencia, queste politiche hanno avviato dei processi di trasformazione nuovi, perché inserite in un contesto sia politico che umano completamente diverso, a Napoli la realtà cittadina ha presto preso il sopravvento all’immaginario da costruire interrompendo qualsiasi velleità urbanistica. Si può dire che tutto è iniziato spettacolarmente con il G7 del 1994 per concludersi altrettanto spettacolarmente con la crisi della spazzatura del 2007 passando per il fallimento annunciato della candidatura per la Coppa America del 2003. Si aspetta ora il 2013 quando Napoli sarà la sede del Forum delle Culture per riproporre l’ennesimo piano di rinnovamento, ma se ci si rifà ai fatti precedenti è possibile già intravedere che la strada per politici e architetti sarà alquanto impervia.

Il cosiddetto « Rinascimento Napoletano » d’epoca bassoliniana fu costruito su l’idea che il turismo potesse dare uno slancio economico positivo ad una città vittima di un’economia disastrata. Tale politica nacque ad immagine di altre città mediterranee ed europee che negli anni novanta cominciarono la guerra di primato per attirare più fondi possibili. In maniera più diretta si cercò e si cerca ancora di applicare il « modello Barcellona » sperando in un successo analogo. Nel concreto il « Rinascimento » nacque sotto la spinta del G7 del 1994 di cui Napoli fu la sede e proseguì per almeno un decennio, attraverso un politica di « eventi » culturali ed il lavoro di artisti e architetti che con opere dal forte impatto e godendo di una pubblicità notevole, furono strumentali alla costruzione di un immaginario di città rinnovata, ripulita dai mali storici legati alla camorra, al sottosviluppo, alla miseria. Si trattò quindi di riporre le aspettative di una città nelle mani di creatori d’immagini, preferendo la cura attenta del turista, consumatore e prodotto di quelle immagini, al divenire reale della comunità cittadina. La messa in moto di questa macchina turistica come panacea napoletana ha fatto subire alla città di Napoli una veloce e superficiale trasformazione che non ha generato né un rinnovo socio-economico né ha lasciato dietro di lei una città immutata. Tale politica ha esacerbato i mali di Napoli senza lanciare al tempo stesso una nuova dinamica economica. La gentrificazione è fallita sul nascere senza mai dare segni di buona salute e al tempo stesso si è perso completamente il controllo della città.

Il centro storico di Napoli fu iscritto al patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco nel 1994 e una politica di ristrutturazione fu cominciata attraverso una serie d’incentivi e agevolamenti ai residenti per l’apertura di cantieri (progetto Urban e S.i.re.na). Se alcuni palazzi storici sono stati davvero ristrutturati e il decumano inferiore, soprannominato spaccanapoli, ha effettivamente cambiato radicalmente diventando la via da souvenir per turisti, il resto del centro storico è rimasto pressapoco invariato sia fisicamente che socialmente. Al contrario, le politiche di « pulizia » per rispetto all’Unesco non solo non hanno creato nessuna gentrificazione come paventato all’inizio da cittadini attenti ma hanno esacerbato una realtà sociale dura. Si è assistito per esempio a situazioni ridicole in cui di fronte all’incapacità economica e politica d’imborghesire il centro storico, e di fronte quindi al proprio fallimento, si è fatto ricorso alla polizia e all’esercito per rinchiudere il quartiere e permettere lo svolgimento in tutta sicurezza della passeggiata delle comitive turistiche abbandonando il napoletano a consumare la propria città ai margini, tra chili di cocaina a buon mercato e disperazione sociale endemica.

All’incapacità politica si aggiunge il modo tutto mediterraneo di vivere la città. Lo spazio pubblico rimane tale nonostante la nuova città del consumo abbia trasformato delle zone storiche della città. La piazza del Plebiscito, logo della città « rinata », è a seconda dei momenti, un campo di pallone, un set fotografico per matrimoni, il cortile di casa, il luogo di ritrovo per liceali e il turista resta comunque una utente marginale. Stessa cosa vale per la rinnovata piazza Dante o per la Galleria Umberto, recuperate in maniera autonoma come unici luoghi di svago dai ragazzi dei Quartieri, di Montesanto o del Centro Storico che di giorno o di notte ci vengono a passare il tempo o a giocare a calcio.

All’immagine di una Napoli pulita si sovrappone negli ultimi tempi un altro immaginario di una Napoli illegale. Napoli Gomorra, dove succede l’impensabile e dove è possibile ritrovare dei margini di libertà persi nelle altre città d’Europa e impossibile da trovare nella riva sud del Mediterraneo. E così che un altro tipo di turismo, imprevisto da qualsiasi piano, sta occupando la città. Artisti, squatter, dandy e girovaghi cercano a Napoli i luoghi dove è possibile scappare al controllo della città contemporanea. Non è qui che si può ancora fumare nei bar ? che si può andare senza casco in vespa ? che si può sempre contrattare sull’illegalità ? che si ha accesso a droghe altri prodotti affini per pochi soldi ? Una Amsterdam illegale che attrae da tutta Europa giovani in cerca di emozioni facili. Se Barcellona è stata cambiata dai manager e « creativi » nord europei e dalla classe media europea in cerca di un posto al sole attratti da un’immagine virtuale di città mediterranea accogliente, Napoli si trasformerà perché obbligata a rispecchiare nella realtà questo immaginario d’inferno low-cost attrattivo e non perché la borghesia vorrà scendere dalle zone alte per occupare i quartieri centrali.

25.03.09
(ugo nocera)

Il pianto della scavatrice

I

Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;

a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare

esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -

verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa

quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

II

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di
fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte...

Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l'impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.

Rinnovato dal mondo nuovo,
libero - una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un'anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo
sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,

venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall'agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti
Sabini, dall'Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme

di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea

affondati nel loro angolo
tra un'ultima striscia d'erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio...

era il centro del mondo, com'era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro - era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,

come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l'ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell'esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.

III

E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un'anima

a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,

a un troncone di mura - ormai al termine
della città sull'ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina

nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura

per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...
Ecco Villa Pamphili, e nel lume

che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un'erba

ridotta a un'oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia

di distruzione - rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice...

Che pena m'invade, davanti a questi
attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso

che pende a un cavalletto, nell'angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,

la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento

in cui sbianca questa scavatrice?

Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

passioni. Ma non su queste forme
pure della vita... Si riduce
ad esse l'uomo, quando colme

siano esperienza e fiducia
nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce

di necessità, e che ora so così liberi!

Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,

guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio - alla chiarezza

all'equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia

lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie...
Si faceva, il mondo, soggetto

non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo - come

ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.

Mutò la materia di un decennio d'oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura

a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,

c'era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione

di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere

dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario

nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

IV

Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro

o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa

dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini... E infatti
cammino per una strada che avanza

tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso...
Trasportato dall'onda dei passi,

questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
non è la periferia di Roma: "Viva
Mexico!" è scritto a calce o inciso

sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.

Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,

la città, mezza vuota, benché sia l'ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa - o del vespro che indora

i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:

si perdono i selciati un po' sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il
tempo,
e due lunghi listoni di pietra

corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto

perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s'aprano sereni, o un pozzetto

con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.

Si apre sulla cima del colle l'erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde

d'un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste

o appena cereo... Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:

s'interna fra case più strette, scende
un po' a mezza costa: e più in basso
- quando le barocche casette diradano

ecco apparire la valle - e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada

è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,

si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un'abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici

del crollo - da cui soltanto essa,
l'immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.

È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un'aria, lieve,
disperata,
che incendia la pelle di dolcezza...

È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
soffiano sulla città nei primi

giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire

se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito

dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell'aria

che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata

V

Un po' di pace basta a rivelare
dentro il cuore l'angoscia,
limpida, come il fondo del mare

in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce

e piedi abbandonati, quale
un crocifisso - o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

dell'allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono...
il giorno è ormai su di te,

nella stanza come un leone dormente.

Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?

Un po' di pace... E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca

ferita appena, che già tu spendi
l'anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono

niente... Ecco, se acceso
alla speranza - che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall'offesa

sua Russia giura Krusciov al mondo -
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto

di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna

di non essere - nel sentimento -
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento

ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi

il vecchio crogiolo d'amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore

è la luce... in quella incoscienza
d'infante, d'animale o ingenuo libertino
è la purezza... i più eroici

furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.

VI

Nella vampa abbandonata
del sole mattutino - che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

riscaldati - disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,

di piazzette vuote, d'innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza

d'una dozzina d'anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,

le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.

Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,

quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,

così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,

rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,

nell'ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po' d'aria di mare...

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori - accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell'orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere... È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

- è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch'è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch'è spento dolore.

Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell'altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

(Pier Paolo Pasolini, 1956)

2 novembre 1975

Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell'odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.

Sull'asfalto
scalzato, tra i peli di un'erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango - che la pioggia scavava
in infetti tepori - le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.

Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po' fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d'asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d'una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.

Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...


Sembrava che fino a dentro l'intima
e miserabile sua abitazione, l'uomo fosse
solo accampato, come un'altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.

E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell'innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.

Pier Paolo Pasolini da: "Poesie inedite" 1951-53

capri espiatori

La rivolta delle banlieue cosa c'entra con l'architettura, chi è responsabile di cosa? Spesso ci si nasconde dietro al problema addossando tutte le cause allo spazio pensato dagli architetti per poi riutilizzare sempre l'architettura per promettere soluzioni immediate. Ma forse bisognerebbe pensare che la gestione di un territorio non si fa solo su carta e tramite un unico strumento e che le periferie non sono un prodotto di un'unica circonstanza.

Le violenze urbane francesi, con la cosiddetta “rivolta delle banlieue” di novembre 2005, hanno fatto risalire in superficie l’enorme problema dell’integrazione e dell’esclusione sociale. Da più parti sono stati azzardati molti colpevoli e capri espiatori e l’architettura ancora una volta si è ritrovata ad essere una delle cause principali di un malessere irreversibile. Sentiamo ancora la eco delle voci del teatro dell’opinionista che ha visto succedere politici, sociologi, economisti, filosofi e editorialisti vari, intenti a cercare di dare una visione illuminante dell’attualità, allo scopo di confortare lo stupore ipocrita della scoperta improvvisa di una situazione sociale drammatica. Nella maggior parte dei casi si è evitato di operare una critica che vada più lontano di semplice accuse reciproche e coinvolga tutti senza distinzione di ruolo.

In realtà, gli episodi di rivolta francesi sono parte integrante di un discorso molto complesso che ha le sue radici in politiche decennali di gestione del territorio, e che non sono affatto limitate alla Francia e non riguardano solo gli architetti, sociologi, economisti e politici. Si tratta di un ampio discorso di denuncia che non smette di esistere e rinnovarsi e che il potere mediatico è stato capace di recuperare, masticandolo cinicamente per i suoi propri bisogni.

Ciò a cui si assiste nelle periferie delle grandi città occidentali è il risultato inevitabile di un processo di stabilizzazione politica e sociale di una società di mercato, dell’iperconsumo e della produzione continua di un conflitto territoriale ed identitario che la città contemporanea non è più in grado di canalizzare. A Parigi, come a Barcellona o Milano, l’esclusione sociale è facilmente assimilabile all’esclusione urbana (a tal punto che è difficile intravedere quale delle due possa generare l’altra) la quale è strumentale ad un’idea di città contemporanea dove lo spazio pubblico cede il posto al consumo privato. Una città che appartiene a pochi, che hanno il privilegio di scegliere dove abitare, come spostarsi, a quale servizio accedere e che è composta da moltissimi che al contrario subiscono impotenti un’inaccessibilità fisica e sociale aggravata dal contrasto violento tra l’inesistente possibilità di consumare e l’enorme desiderio del consumo eletto oramai a bisogno vitale.

Il mito della grande città che libera l’uomo da qualsiasi costrizione sociale, che offre ogni giorno immense possibilità d’evoluzione e integrazione è crollato inesorabilmente con il passaggio dalla città sociale del secolo scorso (che altri definiscono “città del welfare”, figlia di una impostazione keynesiana) alla città della competizione, città che è bene di consumo nauseante, da usare e sfruttare.

E se la struttura di una città è strettamente legata alla struttura sociale, le cause principali di tale deriva non vanno cercate semplicemente nell’architettura o nella gestione urbana, ma nell’introduzione di nuovi modelli di lavoro che portano ad una conseguente riconversione delle attività classiche, alla destabilizzazione e alla frammentazione sociale causate da un abbandono del concetto di stato sociale inteso come diritto di base e non come beneficenza, dalla competizione sregolata e dalla precarietà lavorativa. Tutti elementi che non possono rispondere in modo efficace alle domande pressanti che la nostra realtà sociale ci pone: mutua solidarietà - accoglienza - partecipazione alle scelte cittadine - diritto al lavoro - alloggio, solo per citarne alcune.

L’architettura o l’urbanistica entrano in questo contesto senza nessuna colpa diretta, ma con una grande responsabilità negativa, cioè di assecondare una situazione di fatto evidentemente “anti-sociale”. É partendo da questa analisi che si può capire in che modo la rivolta delle periferie francesi sia legata ad una ghettizzazione spaziale oltre che sociale e in che modo l’architetto urbanista non sia l’unico protagonista di una situazione talmente esplosiva.

Per ritornare agli episodi di rivolta urbana che hanno spaventato la middle-class europea e per comprendere fin dove una politica della casa e l’architettura possano essere responsabili di una situazione del genere, è bene ripercorrere in maniera sintetica l’evolversi del problema casa in Francia. Anzitutto va ripetuto che gli avvenimenti di attualità rappresentano un episodio per niente eccezionale, ma al contrario possono essere considerati addirittura banali da parte delle persone che da sempre sono interessate a questo problema, perché abitanti, lavoratori o semplici osservatori in stretto contatto con le realtà periferiche francesi. Si tratta in effetti di una situazione letteralmente esplosiva, che ciclicamente ritorna di interesse nazionale e che rappresenta ben più che dei semplici disordini pubblici. Per smontare l’incredulità borghese basti guardare l’incessante produzione culturale, in particolar modo in campo cinematografico e musicale, che proviene dalle banlieue, per rendersi conto che il problema è descritto ed urlato da tempo ma, assumendo sempre dei linguaggi strettamente legati alla dimensione sociale di provenienza (come può essere ad esempio la musica hip-hop), non ha mai fatto breccia altrove, facendosi al contrario oggetto di una stigmatizzazione ulteriore. Se si ascoltano delle semplici canzoni o si vede ad esempio una pellicola come “Wesh wesh”, si ha un’idea chiara e scottante della realtà di esclusione e spesso di repressione delle banlieue francesi. Un dato a riprova di tutto ciò: dall’inizio del 2005 al momento fatidico del 27 ottobre che ha fatto puntare i riflettori su Clichy-sous-Bois, ventimila autovetture erano già state bruciate in tutta la Francia, quindi la normale amministrazione di una situazione latente d’insurrezione. È semplice capire come la disoccupazione, la repressione, il sentimento d’ingiustizia, le ferite mai rimarginate del colonialismo possono essere il carburante col quale il fuoco s’appicca.

Ma è senza dubbio nella conseguente esclusione urbana che risiede uno dei motivi primari di questa collera. Negli ultimi dieci anni, c’è stato un ritiro graduale dello stato sociale, accompagnato da un rifiuto sistematico da parte dei comuni di costruire nuovi alloggi popolari nonostante una legge recente imponga un minimo di 20% sul proprio territorio. Si preferiscono pagare delle ammende piuttosto che costruire delle case popolari, delle nuove famigerate “cités” oramai estremamente stigmatizzate e collegate ad un’immagine troppo negativa. A questa situazione si aggiunge una politica diffusa di demolizione del vecchio parco immobiliare; di conseguenza gli alloggi si riducono, le liste di attesa aumentano e la situazione diventa sempre più esplosiva. Il sovrappopolamento è all’ordine del giorno così come le situazioni di degrado. Durante l’estate 2005 una serie di incendi disastrosi ha messo in luce questo drammatico problema e si è parlato senza vergogna di 350 squat insalubri nella sola Parigi e di più di mille edifici impraticabili e ad alto pericolo incendio. Tutto ciò mette in luce una crisi cronica della casa ed un’incapacità da parte delle istituzioni nel dare una risposta “umana” al problema.

Le uniche politiche sono state tutte rivolte a favorire la speculazione immobiliare, lasciando al libero corso del mercato la fluttuazione dei prezzi degli affitti con una conseguente omogeneizzazione sociale della città. Oggi ci sono nella sola regione parigina 330 mila domande di case popolari, cifra che vede superare il milione in tutta la Francia. È la prima volta che lo Stato francese abbandona in maniera così plateale il tema abitativo ed è anche per questo che la crisi della banlieue ha raggiunto dei livelli talmente critici.

Dalla fine del dopoguerra alla crisi petrolifera del 1971-73 in Francia si è costruito ad un ritmo elevatissimo di 500.000 alloggi popolari all’anno. All’epoca si doveva far fronte all’immigrazione di mano d’opera a buon mercato dalle ex-colonie, e si doveva ricostruire dopo la guerra. Si sono creati così i grandi quartieri periferici che presto accumularono tutti i problemi legati alla crisi economica, alla disoccupazione e più tardi ad una crisi di rappresentazione politica e sociale. Nel 1978 avviene la prima demolizione, e comincia così la stigmatizzazione dei luoghi attraverso la stigmatizzazione dello spazio e del territorio. Si pensa, come tuttora, di curare il “male” distruggendo l’oggetto e lo spazio senza vedere che il male è probabilmente altrove, è al centro e non in periferia.

Nel 1981 è la prima e vera rivolta, la cosiddetta “estate calda” durante la quale in una notte vengono bruciate 250 macchine. In seguito sarà organizzata una grande manifestazione-marcia da Marsiglia a Parigi per rivendicare un ascolto pubblico da parte delle istituzioni. Lo slogan era : “la Francia è come un motorino: per andare ha bisogno della miscela” ad indicare un riconoscimento pubblico dei figli e nipoti della popolazione immigrata. All’epoca il presidente socialista Mitterand fece molte promesse, dette il permesso di soggiorno a tutti i manifestanti e inaugurò una politica più attenta nei confronti delle periferie. In seguito fu istituito un Ministero della Casa e la lotta all’esclusione sociale fu incentrata sulla prevenzione scolastica, su aiuti economici come redditi d’inserimento e sperimentazioni sociali importanti. Ma tutto questo non è bastato.

Oggi che il Ministero alla Casa non esiste più e la repressione ha preso il posto della prevenzione, ci si rende conto che ancora molto non è stato fatto e che essenzialmente rimane irrisolto un problema di riconoscenza politica e sociale della periferia e dei suoi abitanti, figli dei figli degli immigrati. Nel dibattito, gli architetti sono stati presi spesso di mira, ma bisogna dire che in Francia è stato sperimentato davvero molto: ci sono degli esempi unici di alloggi popolari in cui l’architettura ha cercato di sperimentare nuove forme di inserimento e di aggregazione; più volte la partecipazione dell’abitante è stata “utilizzata”, si è lavorato molto sulle strutture di servizi, sui collegamenti, sui contrasti spaziali e l’eterogeneità dei volumi, sulla frammentazione del paesaggio e sullo sviluppo degli spazi pubblici.

È triste constatare come gli esempi più aperti, più flessibili e più innovativi siano stati poi oggetto delle critiche più spietate e dell’utilizzo più disastroso, fatto sta che oggi la richiesta più frequente da parte degli abitanti è l’inesistenza di spazi collettivi, di banchi o di percorsi che possano fare da rifugio a bande di giovani in cerca di uno spazio dove consumare la propria giornata.

L’utopia sociale è fallita nei “grands ensembles” francesi a causa di un’incapacità di rendersi conto che il problema della casa non può e non va regolato attraverso delle macro-operazioni statali. Il problema risiede nel fatto che lo Stato in quanto tale non può considerare la casa al di fuori di un numero, di una statistica, di una cifra invece che, come ci ricordava Giancarlo De Carlo nel 1948, la casa essendo intimamente legata all’uomo, ha una sua storia, una sua dimensione, una sua vita ogni volta diversa, varia e cangiante. L’architettura è responsabile nel momento in cui non permette all’uomo di proporsi nello spazio attraverso la propria abitazione. Le periferie francesi sono fallite anche per questo.

Ma come intervenire, una volta che il disastro è considerato irreversibile? La soluzione è nel ristabilire le condizioni affinché la città possa continuare a crearsi su sé stessa senza frammentarsi e omogeneizzarsi in quartieri uguali. Lasciare alle comunità lo sviluppo delle proprie capacità e soprattutto incitare il desiderio e la responsabilità diretta sulla dimensione collettiva, affinché una gestione dal basso possa crescere e auto-regolare problemi altrimenti non risolvibili.

La crisi della banlieue è un grido di dolore di una comunità che ha bisogno di riappropriarsi del proprio territorio, di rivendicare il diritto a gestire la propria esistenza al di fuori di qualsiasi immagine dominante e contro ogni nuovo razzismo, subdolo e “democratico”. L’architettura ha perso la sfida in passato con la periferia, ma è oggi che può ristabilire una nuova dimensione con l’uomo ed il suo spazio.

(ugo nocera)

la casa nel 1948


di Giancarlo De Carlo
Volontà - 1948 - n°10/11

Esiste in Italia un problema della casa, molto grave e urgente. Se ne è parlato a lungo subito dopo la guerra, quando le distruzioni belliche lo avevano acutizzato, ma abbastanza presto la discussione è stata travolta nello slogan politico della “ricostruzione” ed è rimasta vuota di tutti i suoi contenuti concreti.
(…)
Mancano oggi in Italia dodici milioni di vani (…) gli effetti di questa situazione sono disastrosi. L’affollamento annulla nella casa quella che è la sua principale funzione: la casa cessa di essere un ambiente nel quale si svolgono i rapporti umani più fecondi e diventa uno strumento pericoloso di ordine fisico e morale, un veicolo di malattia e di morte.
(…) Non è questo un fenomeno nuovo. La casa dei poveri di oggi non è molto diversa dalla casa degli schiavi egiziani del terzo secolo AC e dalla casa dei plebei romani dell’età imperiale. E’ un fenomeno che coincide con i momenti di crisi di volontà degli uomini e di esasperazione dell’autorità dello Stato.
L’affievolirsi del sentimento di autonomia degli uomini determina il sopravvento del principio di autorità. Decade l’impulso all’azione diretta, trionfa il meccanicismo e lo spirito burocratico, l’educazione diventa quantitativa, la cultura e l’arte si separano dalla vita, la vita si compartimenta e si assottiglia nei canali dell’astrazione. Di pari passo la città perde la sua qualità organica, la sua struttura si irrigidisce e si ossifica, si inizia il processo di stratificazione e concentrazione.
(…)
Tuttavia l’organizzazione sociale attuale, il capitalismo e lo Stato, non possono far nulla per risolvere questa crisi disperata. I nuovi materiali, i nuovi procedimenti costruttivi, non bastano da solifinchè persiste l’influenza disgregatrice del privilegio e dell’autorità.
Il capitalismo non costruisce, e non può costruire, case per le classi meno agiate perché un tale tipo di investimento non garantisce un buon reddito. (…) la conseguenze di questo fatto sono che il capitale privato trova investimento soltanto nelle case signorili e in tutti i tipi di costruzione ad alto reddito (palazzi per uffici, negozi di lusso, cinematografi, ecc…) e che i lavoratori, le classi meno agiate, sono costretti a trovare rifugio nelle case vecchie e anti igieniche, aumentando il sovraffollamento con tutte le conseguenze che ne derivano.
(…)
Lo Stato non fa, e non può fare, nulla per modificare questa situazione. Perché lo Stato è il rivestimento apparentemente concreto di un principio astratto di autorità e non può avere comunicazioni con l’unico principio veramente concreto, l’uomo, che egli considera e manipola come una pura astrazione. La casa è un organismo in direttao rapporto con l’uomo, è la sua continuazione nell’ambiente esterno, la sua affermazione nello spazio. Come tale la casa non può avere rapporti con lo Stato che riconosce l’uomo non come individualità ma come numero, frazione di un altro numero più grande.
(…) questi e tanti altri sono i risultati dell’intervento diretto dello Stato nel problema della casa, ma esiste un altro tipo di intervento i cui risultati non sono certo più efficaci, l’intervento indiretto tramite gli Istituti delle case popolari e le amministrazioni comunali (…). In ogni modo, anche quando l’arruginito meccanismo finanziario funziona, la burocrazia esecutiva è tanto costosa (…) da assorbire del tutto il vantaggio economico portato dal contributo statale. Il risultato è che la case popolari sono poche e costano troppo e quindi non sono alla portata di quelle categorie per le quali dovrebbero essere costruite. Per di più sono brutte e mal costruite perché non sono per gli uomini come sono in realtà, ma per gli uomini come li vede lo Stato. (…) Non risolvono né per quantità né per qualità il problema della casa, ma rappresentano il contributo massimo che lo Stato può dare.
(…)
Il problema della casa non può dunque essere risolto dal di fuori. E’ un problema degli uomini, che non può risolversi se non è affrontato direttamente, con un atto concreto di volontà, dagli uomini stessi.
Alcune vie di azione, già in parte sperimentate nel passato, tornano di attualità oggi. Conviene esaminarle per precisarne la validità ed i ilmiti: sono la costituzione di cooperative, l’occupazione illegale di edifici inabitati, lo sciopero per la casa.
La cooperativa è un mezzo efficace per produrre case a basso costo e per educare gli inquilini a forme di gestione collettiva. Occorre però che tutto il processo, dalla produzione al consumo, dalla costruzione all’abitazione, abbia un indirizzo e un fine preordinato.
Le cooperative di costruzione si costituiscono generalemente con lo scopo di dare lavoro ad un certo numero di lavoratori edili (…) Accade però che anche se costituiscono un esempio interessante di gestione collettive delle imprese e risolvono il problema del lavoro di molta gente, ben poco contribuiscono alla soluzione del problema casa (…).
Le cooperative di abitazione, molto meno frequenti delle prime, si costituiscono invece con lo scopo di dare casa ad un certo numero di inquilini che ne sono sprovvisti; comprano la casa al prezzo corrente di mercato e ne organizzano la gestione. Se si escludono i condomini, che non sono più cooperative ma pure forme di proprietà divisa, limitate ai ricchi e vuotate di qualsiasi contenuto sociale, tipi simili di cooperativa non possono costituirsi se non sono sostenuti da un forte aiuto finanziario esterno.
La soluzione non è certo quella, che in qualche località è già stata tentata, di organizzare una produzione diretta della casa da parte degli inquilini che dovranno abitarla, associati in cooperativa (…) La casa oggi è costosa anche perché prodotta con metodi tradizionali, non aggiornati alla moderna tecnica industriale. La produzione diretta da parte degli inquilini, generalmente non attrezzati alla costruzione e non dotati di attrezzatura adeguata, peggiorerebbe la qualità del prodotto e ne eleverebbe il costo.

La soluzione è quella di costituire cooperative di costruzione e cooperative di inquilini collegate da un comune programma d’azione e da un comune meccanismo finanziario, le prima destinate alla produzione con metodi razionali, le secondo all’uso e alla gestione. (…) Anche il finanziamento deve essere autonomo, risolto localmente secondo le circostanze, basandosi fin dove è possibile sul mutuo appoggio dei membri che appartengono alla collettività - contributi in denaro, in ore di lavoro, in prodotti da trasformare in denaro, ecc…- esigendo sovvenzioni da chi ha in mano le ricchezze sociali , impegnando i Comuni a cedere gratuitamente o a basso costo le aree comunali e i materiali da costruzione.

Un'altra via di azione diretta è l’occupazione illegale di edifici inabitati. L’esempio più importante lo si è avuto in Inghilterra subito dopo la guerra del 1914-18 e di nuovo dopo l’ultima, con i movimenti degli squatters; anzi, fu proprio da questi movimenti che il fenomeno prese il nome generico di squatterismo.
Lo squatterismo in realtà consiste non soltanto nell’invasione di edifici inabitati, o di edifici non addetti all’abitazione ma abitabili, ma anche nel rifiuto sistematico e organizzato di accettare gli ordini di sfratto emessi dai proprietari, che è anch’esso una forma di occupazione illegale.
Anche in Italia, subito dopo la guerra, si ebbero fenomnei abbastanza diffusi di squatterismo. (…)

Lo sciopero per la casa è ancora una via di azione diretta, è anzi, in un certo senso, il complemento e l’estrinsecazione politica delle altre di cui si è parlato. E’ una via poco sperimentata e povera di precedenti, e forse per questo, ritenuta inattuale. Ma si deve riflettere che anche gli alimenti, il vestiario, il combustibile per il riscaldamento, si pagno col salario, eppuri sono stati fatti scioperi per i viveri in natura, per le stoffe di abbigliamento, per la legna o il carbone, che hanno avuto grande successo proprio per il carattere concreto che assumevano localizzandosi su necessità precise. E si deve riflettere che inserire fra queste necessità anche quella della casa, non solo agita il problema economico generale ma mette in evidenza, portandola a coscienza di tutti, l’importanza che la casa ha nella vita dell’uomo.

Le vie di azione diretta esaminate, per quanto possano essere efficaci sul piano politico contingente, non conducono da sole ad una soluzione definitiva. Bisogna risalire alle radici del problema, scoprirne le cause essenziali e affrontarle con un’azione adeguata.

La casa non è solo muri, la casa è anche spazio, luce , sole , ambiente esterno. E non è solo questo: è anche scuole, assistenza sanitaria, spazi verdi, campi da gioco per i bambini, attrezzature per il riposo, lo svago e la cultura - cioè servizi - attrezzature per il lavoro, per la produzione, per gli scambi - cioè mezzi di vita econmica. La casa, insomma, si estende alla comunità. Ed è sana, è uno strumento efficace per l’uomo, se si inserisce armonicamente nella trama di una comunità sana.
La città contemporanea non soltanto non è una comunità sana, non è nemmeno una comunità; è un agglomerato fisico di edifici e di persone senza rapporti fra loro.
(…) la creazione di impenetrabili forme di potere, la perdita per gli uomini dell’attitudine ad esprimere forme di vita associata ed a rappresentarle in organismi adeguati.
Il risultato, oggi, in un corpo sociale devitalizzato e corrotto, è la città inefficiente.
(…)
Il peso economico di questo disagio funzionale è tanto grave da costringere l’organizzazione sociale attuale a intraprendere, per salvarsi, una vasta azione di pianificazione urbanistica.
Il piano urbanistico, così concepito come mezzo tecnico di salvezza dell’attuale struttura sociale, può ridursi ad un sotterfugio per arginare la realtà della vita che preme, ed è pericoloso. Ma concepito in modo diverso, come manifestazione di collaborazione collettiva, diventa lo sforzo di individuare le vere esigenze degli uomini e liberarle dagli ostacoli che si oppongono alla loro soluzione; il tentativo di riportare a un rapporto armonico i fatti naturali, economici, tecnici e i fatti umani.
(…) Per questo l’atteggiamneot che gli uomini assumeranno di fronte al fatto nuovo della pianificazione urbanistica è decisivo.
Può essere un atteggiamento di ostilità - il piano emana necessarimanete dall’autorità - (…). Può essere un atteggiamento di partecipazione - il piano è un’opportunità di svuotare i modi di vita attuali attraverso il mutamento delle loro rappresentazioni; è questo mutamento che crea i presupposti per il capovolgimento di tutta la struttura sociale.

(…) L’atteggiamento di ostilità, che significa in fondo “aspettare la rivoluzione per fare”, non tiene conto che la rivoluzione è una prerogativa di cervelli lucidi, non di gente affannata o malata che non può pensare al futuro perché è attanagliata ai suoi mali presenti; e non tiene conto che la rivoluzione si avvia cominciando a risolvere questi mali per creare le condizioni necessarie a un’aspirazione cosciente di libertà.
Le esigenze che richiedono una soluzione urgente sono infinite. (…) basta guardarsi intorno.
(…)
Nella città la stratificazione e la congestione hanno distrutto o deteriorato tutte le forme di vita individuale e collettiva e tute le loro rappresentazioni. La città è cresciuta come un agglomerato di edifici senza rapporti organici fra loro. Le scuole sono malsane e affollate, l’assistenza sanitaria insufficiente, il traffico disordinato e pericoloso, le zone verdi sono state assorbite dalla speculazione sui terreni.
Nella casa, gli uomini degradano ala livello delle bestie. Vivono senza luce, senza aria, senza sole, senza verde. Perdono i contatti con la natura e con i loro simili, dimenticano il valore della loro attitudine all’associazione e alla vita simbiotica, si trasformano in strumenti passivi pronti alla disciplina, all’obbedienza e alla guerra.
La pianificazione urbanistica può rovesciare questa situazione.
Se gli uomini avranno un coscienza profonda e capillare di tutti i loro problemi locali, se li porteranno già elaborati alla soluzione tecnica e vigileranno attivamente perché siano rispettati, la pianificazione urbanistica può diventare il più efficace strumento di azione diretta collettiva.

una lezione del 1948

alto grado di razionalità della civiltà contemporanea